Mal D'Egitto

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domenica, 28 maggio 2006

Piramide di Cheope: risolto l’enigma

L’architetto francese Houdin ha dimostrato come sia stata innalzata blocco dopo blocco

Asswan (Egitto), 24 maggio 2006 - Il mistero dei misteri è stato risolto! Jean-Pierre Houdin, architetto francese, chiarisce come gli antichi egizi attorno al 2550 a. C. siano riusciti a innalzare quel mostro di ingegneria edile che è la piramide di Cheope.

"Gli egizi avevano formidabili conoscenze di geometria, matematica, geologia e dunque solo un architetto può illuminarci sulle tecniche impiegate", scrive l’egittologo Zahi Hawass nella prefazione al libro di Houdin (Les secrets de la construction de la Grande Pyramide, Farid Atiya Press). Lo studioso francese per 6 anni ha lavorato a tavolino, in un susseguirsi di calcoli e disegni geometrici: "E’ la dimostrazione che oggi si può fare ricerca senza intraprendere scavi invasivi verso l’habitat archeologico. Solo infatti negli ultimi due anni Houdin ha verificato la sue teorie sul terreno".

La prima conclusione certa da parte dei due studiosi è di per sé destinata a sollevare un polverone: è certo che la piramide non è orientata in base alla costellazione d’Orione, né come questa si presentava nel 2550 a. C., reale momento della sua costruzione, né tanto meno come Orione era disposta nel 10.500 a. C., data di una presunta costruzione ipotizzata da ufologi millenaristi privi di credibilità scientifica; i lati sono invece effettivamente orientati secondo i 4 punti cardinali.

Passando all’aspetto ingegneristico, Houdin ha notato il ruolo centrale della camera del re, intorno alla quale ruota tutto il monumento: ci sarebbero stati così due progetti, la camera sepolcrale e il rivestimento. Nella prima fase si costruì la piramide fino alla base della camera del re posta a quota 43 metri, portando i blocchi con una rampa: "Ma nel farlo — dice Houdin — si fecero due camere temporanee, destinate ad accogliere Cheope in caso di morte prematura: la camera sotterranea, durante i primi 10 anni di costruzione e la camera della regina, attiva nei 7 successivi. Poi rimasero inutilizzate".

Man mano che la costruzione proseguiva, la rampa diventava sempre più ripida e più lunga: per raggiungere quota 146 metri, l’altezza finale, sarebbe stata necessaria una pendenza del 52 per cento sviluppata per 1,6 chilometri: una follia!Ecco l’idea geniale degli architetti: erigere prima la definitiva camera del re (da 43 a 76 metri), portando i blocchi necessari con una carrucola azionata da un sistema di contrappesi; e poi mantenere la struttura ricavata aperta su un lato per poterla usare, come base d’appoggio, per la salita dei blocchi per la parte superiore: in questo modo si arrivò a 140 metri su tre lati e in seguito si chiuse progressivamente il lato aperto, che mostrava lo spaccato della costruzione da quota 43 a quota 140 metri.

Anche pyramidion fu costruito con carrucole a contrappeso, sostenute questa volta da impalcature in mattoni crudi: la più famosa delle 7 meraviglie del mondo era pronta e toccava, dopo più di trent’anni di lavoro, 146 metri.

di Aristide Malnati  Resto del Carlino

Postato da: Cleopatra79 | link | commenti (3) |
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venerdì, 19 maggio 2006

L’EGITTO CHIEDE ALLA GERMANIA LA RESTITUZIONE DEL BUSTO PIÙ FAMOSO DEL MONDO

Nefertiti, la regina contesa

18/5/2006

di Marina Verna

BERLINO. Dicono che il busto di Nefertiti - bellezza perfetta, illuminata da una luce interiore - valga da solo un viaggio a Berlino. Ma adesso il sovrintende alle antichità egizie, Zahi Hawass, lo rivuole, sostenendo che è stato portato via con l'inganno. «Non è vero, il governo ottomano lo consegnò nel 1913 al mecenate berlinese James Simon, che aveva finanziato gli scavi. Abbiamo i documenti», ribattono dalla Fondazione per il Patrimonio culturale prussiano, che ne è proprietaria. Il tiro alla fune è cominciato, tra documenti legali e piccole astuzie.

Fu l'archeologo tedesco Ludwig Borchardt che, scavando nel 1912 nel quartiere degli artigiani di Akhenaton, trovò nella bottega dello scultore Thutmosi il busto un pietra calcarea - alto mezzo metro, in testa l'alto copricapo blu riservato alle sovrane, l'occhio sinistro ancora incompiuto -, che identificò come Nefertiti, sposa di Amenofis IV, re d'Egitto nel XIV secolo a. C.

In base all'accordo di concessione degli scavi, Borchardt poteva tenere per sé la metà dei reperti. Si portò dunque via Nefertiti, che consegnò al suo finanziatore Simon. Il banchiere la tenne con sé qualche anno e nel 1921 la donò al Museo egizio di Berlino. In meno di un secolo Nefertiti ha traslocato sei volte: nella Berlino divisa stava a Ovest, in una sala del Museo a Charlottenburg tutta foderata di feltro nero. Dall'anno scorso è tornata a Est, all'Isola dei Musei, in una sala dipinta di bianco.

Ma l'Egitto non si dà per vinto: Nefertiti fa parte di una lista di opere - tra le quali la stele di Rosetta, lo zodiaco di Dendera e il busto di Akhenaton - che vorrebbe assolutamente indietro. Qualche giorno fa Hawass, a Berlino per l'inaugurazione della mostra Tesori sommersi d'Egitto, è tornato alla carica: «Nefertiti è stata portata via con l'inganno, coperta di fango perché le autorità che dovevano dare il benestare non la riconoscessero». Sul piano legale, però, non ha chance. E allora ieri ha fatto una proposta: una cessione temporanea di tre mesi per la mostra che l'Istituto archeologico tedesco sta organizzando al Cairo per il 2007, quando cadrà il suo centenario. Il Museo Egizio di Berlino ha subito fiutato la trappola: in Egitto una legge stabilisce che qualunque reperto locale torni in patria come prestito, non va più restituito. Neppure se acquisito legalmente. Dunque, Nefertiti resta dov'è: «Dopo tremila anni, non ha più voglia di viaggiare. E un nuovo cambiamento di clima sarebbe dannoso per i suoi colori». Hawass ha già replicato minacciando di boicottare gli attuali scavi tedeschi. Ma i prussiani non si lasciano impressionare: hanno i sigilli dell'impero ottomano in cassaforte.

FONTE: La Stampa

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