Blog dedicato agli amanti del meraviglioso Egitto e ai viaggiatori che cercano consigli per un viaggio sulle spiagge del Mar Rosso e alla scoperta dell'antica civiltà egizia
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L' Isola del topazio : Zabargad
Nel tratto di costa compreso tra il promontorio di Ras Banas e il confine con il Sudan, intorno al 275 a. C Tolomeo II Filadelfo, fondò un'importante cittadina marittima cui assegnò il nome di sua madre Berenice; successivamente battezzò altre due città con lo stesso nome: Berenice Epi Dire, situata sulla costa eritrea e Berenice Pancrisia, centro minerario situato nel Deserto Orientale, al confine tra Egitto e Sudan, le cui vestigia sono state localizzate dalla spedizione italiana dei fratelli Castiglioni nel 1989. Il porto di Berenice sorgeva in prossimità del versante meridionale di Ras Banas, promontorio che si trova nel sud dell’Egitto e divenne un centro commerciale di primaria importanza, il cui nome era a volte riportato anche come Berenice Trogloditica, in quanto il territorio circostante era occupato dai trogloditi, popolazione nomade che abitava il deserto. Tolomeo, oltre che attivare i commerci marittimi, ampliò e consolidò con pozzi e punti di sosta la pista che da Qift giungeva fino a Berenice, la cui funzione di collegamento tra l'interno dell'Egitto ed il Mar Rosso era di vitale importanza per il transito carovaniero. Anche i romani, in epoca successiva, seppero sfruttare e potenziare le strutture portuali di Berenice, conferendo all'ampia insenatura che si apre davanti alla città, il nome di Sinus Immundus, termine dovuto ai fetidi odori provenienti dalla sponda paludosa. In questo porto, sotto la dominazione romana, si concentravano merci in arrivo e in partenza per e dalle maggiori località africane ed arabe, nonché dai più lontani mercati situati lungo le coste dell'Oceano Indiano. Oggi a Ras Banas è presente una base militare che comprende integralmente la zona archeologica dell'antica città, le cui strutture sono per la maggior parte ancora insabbiate e nascoste; solamente verso la fine del 1800, alcuni archeologi, nel corso di una campagna di scavo, riportarono alla luce un piccolo tempio.
Lasciando le tranquille acque del Sinus Immundus e facendo rotta verso est, dopo aver navigato per circa 30 miglia in un mare blu cobalto, appare in lontananza l’isola di Zabargad.
LA STORIA
La storia di questa isola è da sempre legata ad una gemma verde simile allo smeraldo: l’olivina o crisolito che fin dall’antichità veniva estratto nelle miniere presenti nel suo sottosuolo. Già 3500 anni fa si narra che l’isola forniva il miglior crisolito del mondo. Nel 1500 a.C. il giacimento era sfruttato dai faraoni della XVIII dinastia. Cristalli di peridoto sono stati ritrovati negli scavi archeologici di Alessandria d’Egitto, mentre esemplari tagliati vengono fatti risalire all’Antica Grecia. I greci chiamavano Tópazion questa gemma assai apprezzata a cui veniva riconosciuta la curiosa proprietà di accrescere il buon senso. La presenza di una pietra tanto ricercata segnò il destino dell’isola che divenne una delle zone più controllate del mondo antico, come scrive nel I secolo a.C. lo storico greco Diodoro Siculo: “Gli egiziani tenevano l’isola sotto uno strettissimo controllo, e chiunque provava ad avvicinarsi ai tesori dell’isola senza autorizzazione - si permetteva solo di tentare di approdare e sottrarre dei crisoliti - era minacciato di morte.”
La prima testimonianza relativa all'ubicazione geografica dell'isola appartiene a Strabone, che la cita nella sua opera Geographika. Lo storico racconta d'alcuni uomini che raccoglievano dal suolo dell'isola i topazi, pietre trasparenti che nell'oscurità brillavano come l'oro; poiché venivano individuati durante la notte e scavati dal suolo di giorno, i cristalli rinvenuti nel terreno di Zabargad erano noti nell'antichità anche col nome di "smeraldi della sera".
Un altro storico che menziona l'isola di Zabargad è Diodoro Siculo, che, dopo una permanenza in Egitto nel 59 a. C., narra di un'isola situata in mare aperto, dal nome Ophides in quanto infestata da terribili serpenti. Lo storico racconta che, in seguito all'opera di bonifica voluta dal re d'Alessandria, i serpenti furono definitivamente debellati e i soldati poterono così occuparsi tranquillamente della ricerca di una pietra simile al vetro, dalla bellissima tinta dorata; nessuna persona non autorizzata, sempre secondo Diodoro Siculo, poteva sbarcare sull'isola ed ogni uomo che vi giungeva senza permesso veniva immediatamente messo a morte dalle guardie poste a sorveglianza delle miniere. Il soggiorno degli uomini che vivevano sull'isola doveva essere assai duro, poiché, per prevenire ogni furto di pietre, non era lasciata nessuna imbarcazione sull'isola e le provviste trasportate dalle navi non sempre giungevano con regolarità, così gli operai delle miniere e i soldati posti di guardia, quando terminavano le scorte di cibo, si riducevano allo stremo delle forze nella attesa dei rifornimenti. Ma le prime vere informazioni scritte ci vennero fornite da Plinio il Vecchio attraverso la sua Naturalis Historia paragrafo 107 pubblicata nel 77 d.c.
Naturalis Historia:
“Egregia etiam nunc sua topazo gloria est, e virenti genere et, cum primum reperta est, praelatae omnibus. Accidit in Arabiae insula, quae Cytis vocabatur, in quam devenerant Trogodytae praedones fame et tempestate fessi, ut, cum herbas radicesque foderent, eruerent topazon. Haec Archelai sententia est. Iuba Topazum insulam in Rubro mari a continenti stadiis CCC abesse dicit; nebulosam et ideo quaesitam saepius navigantibus nomen ex ea causa accepisse, topazin enim Trogodytarum lingua significationem habere quaerendi. Ex hac primum importatam Berenicae reginae, quae fuit mater sequentis Ptolemaei, ab Philone praefecto; regi mire placuisse et inde factam statuam Arsinoae Ptolemaei uxori quattuor cubitorum, sacratam in delubro, quod Arsinoeum cognominabatur.”
Con queste parole Plinio il Vecchio ci racconta dell’isola di Topazos che si trova in Mar Rosso a trecento stadi dal continente; che siccome è nuvolosa e battuta da forti venti è cercata a lungo dai naviganti. Si deve ai trogloditi (Plinio definisce con tale denominazione le popolazioni nubiane del Sud dell’Egitto stanziate verso le coste del Mar Rosso) secondo il grande naturalista, la scoperta dell’isola alla quale venne affibbiato il nome di Topazos in un giorno di una età vicina al periodo di Tolomeo II. Accadde infatti che in un’isola dell’Arabia dove erano giunti dei pirati Trogloditi sfiniti dalla fame e dall'inclemenza del tempo, mentre dissotterravano erbe e radici, estrassero dalla terra una pietra verde alla quale diedero il nome di “Topazin” che nella lingua troglodita significava "cercare" e questa isola fu a lungo cercata e così la pietra assunse questo nome. Da qui potrebbe iniziare la storia di questa affascinante isola descritta e raccontata da uno dei più grandi viaggiatori di sempre.
Da questa isola secondo Giuba, venne estratta l’enorme gemma utiizzata per realizzare una statua alta quattro cubiti (circa 1,76 metri) per la regina Berenice madre di Tolomeo II (che regnò sull’Egitto dal 283 al 246 a.C.) che venne consacrata nel Tempio di Arsinoe. Non sappiamo esattamente, date le considerevoli dimensioni, di quale materiale fosse stato utilizzato per la statua, ma sicuramente si trattò di un esemplare di impressionanti dimensioni. La decadenza del Regno dei Tolomei ed il progressivo spostamento da oriente ad occidente degli stati forti del Mediterraneo, non lascia traccia della memoria dell'isola di Zabargad fino al Medioevo, allorché i Crociati di ritorno dalla Terra Santa riportano in Europa come bottino di guerra stupente olivine, sia per trasparenza sia per grandezza, attribuendo a questo minerale poteri taumaturgici. L'olivina diventa così il simbolo di S. Matteo Apostolo e acquista il significato di fede, nobiltà, magnanimità e costanza. La tradizione delle sue favolose miniere non si era però estinta del tutto; ne hanno parlato molti viaggiatori tra cui l’esploratore inglese
James Bruce, famoso per aver scoperto il Lago Tana e le sorgenti del Nilo Azzurro. In occasione di un viaggio lungo la costa del Mar Rosso nel 1768 chiamò Zabargad “Île des Emerauds”; la confusione tra le due pietre preziose non solo si riscontra in altri esploratori del secolo scorso: persino alcune importanti collezioni europee, compresi i tesori del Vaticano e dei Tre Magi a Colonia, contengono crisoliti erroneamente ritenuti smeraldi. Sulle attività estrattive anteriori al XX secolo non si sa quasi nulla, tranne che erano sempre molto rudimentali: semplici cunicoli, certamente non molto profondi, che seguivano le vene affioranti di olivina, finché queste si esaurivano o gli scavi diventavano troppo pericolosi. Basta entrare in una qualsiasi di queste gallerie dove il caldo diventa subito davvero insopportabile per capire quanto le condizioni di vita e le attività estrattive siano sempre state durissime.
All’inizio del 1900 l’isola fu riscoperta come fonte certa delle splendide olivine che andavano comparendo sul mercato europeo, il suo nome è stato citato come St.John’s, Zeberget e Zebirget che in lingua araba significava anticamente crisolito. L’attività mineraria anche se molto rudimentale raggiunse il massimo sviluppo tra il 1906 e la prima guerra mondiale. Tutte le gemme trovate appartenevano al Kedivè Abbas II, il viceré turco dell’Egitto, prozio di re Faruk. Nel 1922 il governo egiziano concesse i diritti di esclusiva per l’estrazione minerari ad una società privata, la Red Sea Mining Company, che iniziò l’attività solo due anni più tardi, introducendo nell’isola attrezzature moderne e proseguì lo sfruttamento delle miniere con proficui risultati fino allo scoppio della seconda
guerra mondiale. Nemmeno le attrezzature relativamente moderne introdotte nell’attività mineraria del secolo scorso hanno recato molto sollievo ai minatori, i quali recuperavano le gemme setacciando i frammenti di roccia asportati dai cunicoli con carrelli o a spalla, lasciando cumuli di concentrati nei pressi degli sbocchi delle gallerie. Alcuni ruderi senza tetto, un malconcio pontile d’ormeggio, dei serbatoi arrugginiti, vari rottami metallici, lampadine sparse qua e là e qualche carrello da miniera rimangono quali ultime derisorie testimonianze della trascorsa attività estrattiva a Zabargad. Ismalum Bey, direttore di controllo dell'azienda, estrasse dalle miniere un esemplare perfetto dal bellissimo colore verde cupo che venne venduto al museo di storia naturale di Londra alla cifra di 100 dollari e dove può ancora oggi essere osservato. Splendide olivine provenienti da Zabargad, di dimensioni eccezionali, sono tuttora conservate nel tesoro dell'Unione Sovietica (193 carati), al Smithsonian Museum di Washington (319 carati) e al Geological Museum di Londra (136 carati).
Dopo la guerra l’attività estrattiva continuò in modo sporadico fino al 1958 quando il governo egiziano del Presidente Nasser nazionalizzò le miniere; l’isola venne abbandonata e ritornò ad essere quell’isola nuvolosa e battuta da forti venti descritta da Plinio il Vecchio 2000 anni fa.
Dal 1970 si sono svolte sul territorio dell'isola diverse spedizioni di carattere geologico, finalizzate allo studio dei processi tettonici e non legate all'estrazione dell'olivina. La più importante fu sicuramente quella organizzata dal gemmologo svizzero Edward Gübelin nel 1980 che riuscì a coordinare una vera e propria spedizione ottenendo tutti i permessi dal ministero di polizia egiziano per effettuare rilevamenti sull’isola. La spedizione fu molto complicata e di poco successo considerando l’impegno economico sostenuto e le difficoltà per raggiungerla, ma se non altro riportò Zabargad alle cronache. A parte qualche sporadica spedizione di genere scientifico e quindi molto esclusiva, l’isola non interessò più a nessuno. Molti abitanti del luogo non erano neanche a conoscenza della sua esistenza e soprattutto non fu molto chiaro a chi realmente appartenesse, se all’Egitto oppure all’Arabia. Sembra infatti che in un certo momento fosse addirittura stata offerta dall’Egitto al governo Saudita.
Nel 1990 vennero per la prima volta rilasciati dal governo egiziano i permessi per raggiungere le acque di Zabargad a bordo di barche da crociera per subacquei e da allora l’isola cominciò a rivivere una ennesima esistenza ed essere definitivamente conosciuta.
Nel 1995 le autorità locali, prima ignare del potenziale turistico connesso all’attività subacquea, cominciarono a fare i conti e decisero di dare una regolamentazione alle crociere. Per un anno ancora tergiversarono sul da farsi, poi come in tutte le amministrazioni locali del mondo, cominciarono le discussioni e le divergenze che finirono con la chiusura temporanea della destinazione e con la conseguente sospensione delle crociere avvenuta nel 1996. In questo periodo accadde più volte che gli equipaggi delle barche venissero fermati dai militari e qualcuno di essi si fece anche qualche giorno di gattabuia. Questa è storia vera, storia di un paese che scopre il turismo troppo in fretta e non possiede strumenti adeguati per regolamentarlo. Per due anni le sue acque restarono indisturbate, nessuna barca osava avventurarsi e le poche che ci hanno provato sono state regolarmente fotografate dall’elicottero della polizia costiera militare e sottoposte a gravi sanzioni. Dopo essere stata chiusa al turismo, dal maggio del 1998 l'isola di Zabargad, insieme alle isole Brothers’ e a Daedalus Reef, è divenuta parco marino e terrestre, con il fine di tutelare maggiormente l'immenso patrimonio naturalistico di questi luoghi. Anche le crociere turistiche per i subacquei devono sottostare ora a rigide regolamentazioni ambientali, al fine di non alterare con un'eccessiva pressione umana il delicato equilibrio che la natura è riuscita a conservare in questa sperduta isola. Le olivine sono ormai solo un ricordo e le sue miniere soltanto buchi nella roccia ma Ma Zabargad non è solo storia passata è soprattutto realtà quotidiana, una realtà fatta di natura, naufragi e tramonti eterni.
ORIGINE DEL NOME
L’origine del nome Zabargad derivante dall’arabo Zebirjed, indica propriamente la pietra verde estratta dalle miniere dell'isola; fu così chiamata dagli Egiziani nell’antichità e ribattezzata Saint John reef dall'ammiragliato britannico dopo l’apertura del canale di Suez in onore di chissà quale ammiraglio del regno.
COMPOSIZIONE GEOLOGICA
Situata 28 miglia Sud Est dall’estremità della penisola di Ras Banas, nel Mar Rosso centro-settentrionale in prossimità del confine col Sudan, 16 chilometri a Nord del Tropico del Cancro, esattamente a 23° 36’ 16” di latitudine Nord e 36° 11’ 42” di longitudine Est, l’isola di Zabargad ha una forma triangolare con i lati di circa 3 chilometri ed è circondata da una barriera corallina quasi continua che ha favorito la formazione di una bellissima laguna dagli splendidi colori; una cornice che contrasta con la bellezza selvaggia ma desolata della parte emersa. L’unico approdo possibile si trova sul lato orientale, vicino ai resti di un minuscolo molo in pietra realizzato molti anni or sono.
Osservando l’isola dal mare si noterà subito la sua particolare conformazione geologica composta da un monte centrale di origine vulcanico mentre i due lati esposti a est e ovest sono di origine fossile. Il monte centrale si è formato nel corso dell’emersione del vulcano dalle profondità marine mentre la parte fossile è data dal distaccamento della placca arabica e quella africana, queste due parti si sono compattate generando l’isola di Zabargad. Oggi, dopo le ricerche intensive condotte negli anni ’70 e ’80 dagli scienziati che hanno studiano il ruolo del Mar Rosso secondo la teoria della tettonica a zolle crostali, questo fazzoletto di terra, che ha un’area di neanche cinque chilometri quadrati, è sicuramente una delle zone meglio studiate che si conoscano. In generale si ritiene che Zabargad sia un frammento di litosfera del Mar Rosso sollevato tettonicamente che ha portato in superficie i blocchi di peridotite proveniente dal mantello, ed è sicuramente l’unico luogo al mondo, o almeno l’unico che sia conosciuto, nel quale queste rocce durante la complessa storia del loro sollevamento (vengono da profondità comprese tra i 10 e i 30 chilometri dove esistono temperature di 800-1000°) non abbiano subito alcuna contaminazione risultando particolarmente fresche.
È impressionante osservare il risultato dello sconvolgimento geologico prodotto in milioni di anni da un’attività magmatica che ha metamorfosato rocce sedimentarie precedenti la formazione del Mar Rosso: rocce variopinte, corrugate, ripiegate e contorte si elevano fino alla quota di circa 235 metri dando vita alla collina chiamata dai geologi “Peridot Hill” (la collina del peridoto), la più meridionale delle tre masse peridotitiche osservabili sull’isola. Ed è sul versante orientale di questo rilievo, nei pressi di una importante zona di faglia, che furono estratti, all’interno dei filoni che intersecavano la peridotite fortemente alterata, gli splendidi cristalli di crisolito nella loro perfetta tipicità.
Risalendo la piana alluvionale, lungo il percorso che conduce alle miniere abbandonate e nei dintorni della collina del peridoto, facendo un po’ di attenzione, è ancora possibile imbattersi in minuscoli frammenti di olivina che luccicano coi loro riflessi giallo dorati ai tenui bagliori del sole, e con un po’ di fortuna si possono rinvenire persino piccoli cristalli ben formati perfettamente puri e ricchi di faccette luminose. Non sono molto preziosi a dire il vero, ma sono pur sempre gli splendidi crisoliti di Zabargad!
OLIVINA
Molto abbondante in natura l’olivina è un nesosilicato di magnesio e ferro, ed è il componente essenziale delle peridotiti, di cui è costituito il mantello superiore della terra che, nella sua interezza, raggiunge uno spessore di 2900 chilometri. In queste rocce l’olivina si trova in granuli di piccole dimensioni, non adatti ad essere utilizzati come gemme. Liquidi molto caldi possono sciogliere questi granuli e successivamente, con un lentissimo raffreddamento, permettere l’aggregazione in cristalli più grandi, perfettamente limpidi e di grande qualità gemmologica. L’intensità del colore dell’olivina che va dal verde-giallo al verde smeraldo dipende dal contenuto più o meno alto di ferro presente nella sua composizione. Nel crisolito di Zabargad, oltre ai normali componenti, è stato riscontrato anche un alto contenuto di nickel, responsabile del vivacissimo e accattivante colore verde-germoglio, che rende particolarmente splendide le sue gemme rispetto a quelle provenienti da altri paesi e attualmente reperibili sul mercato. Il crisolito, diffuso in Europa durante il periodo delle crociate divenne noto come “pietra dei cavalieri”, fu molto usato nel Medioevo a scopi religiosi, simbolo della saggezza ma anche protezione contro i demoni, divenne la gemma più apprezzata del periodo barocco; oggi questa pietra semipreziosa, nonostante sia dotata di una forte birifrangenza (la proprietà di rifrangere e allo stesso tempo di scomporre in due raggi il raggio di luce che la penetra), che la fa risplendere come se fosse dotata di una propria luce interna, è poco ricercata per via della sua bassa durezza e della sua relativa fragilità, che la rendono una gemma delicata sensibile agli urti e a rigarsi facilmente (se portata al polso o alle dita), più adatta ad un uso di riguardo (come ad esempio i pendenti o gli orecchini) e solo se protetta da una adeguata montatura. Sono pochi i crisoliti importanti, rari quanto le pietre sfaccettate, che si possono attribuire con certezza al giacimento di Zabargad: questi risultano, a una attenta analisi, nettamente identificabili da quelli di altre provenienze per via delle inclusioni di minuscoli cristallini scuri di cromite e delle abbondanti inclusioni liquide che li rendono tipicamente unici. Tra i cristalli di crisolito ben formati rinvenuti a Zabargad e conservati nelle collezioni dei più importanti musei del mondo, con tutta probabilità il più grande, quasi perfetto, dalle dimensioni di 6,6x5,1x2,5 centimetri, fu trovato nel secolo scorso in una data indeterminata dopo il 1922. Per sua fortuna non venne tagliato: fu acquistato dal British Museum of Natural History con la finalità di essere esposto all’ammirazione di un più vasto pubblico.
NATURA
Zabargad oggi è un'isola completamente disabitata, che conserva una natura straordinaria sia per il suo aspro paesaggio sia per una fauna ricca di animali che trovano in quest'isola solitaria, un habitat ideale.
Sul versante Sud-Est dell’isola quello che si presenta agli occhi e' un vero miracolo della natura, una lunghissima spiaggia dalla sabbia fine e bianchissima inserita all'interno di una laguna dall'acqua color smeraldo, formatasi grazie alla barriera corallina che circonda completamente l'isola, creando in alcuni punti delle vere e proprie piscine. Da questo punto in avanti l'isola assume un aspetto meno aspro, più dolce. Del tutto indifferenti alla presenza umana, alcune falchi pescatori (Pandíon haliáëtus), intenti a prendersi cura dei loro piccoli, hanno nidificato sulla spiaggia, sono loro gli unici guardiani di questa fetta di paradiso dalla sabbia bianchissima e dall'acqua del colore dello smeraldo.
I loro imponenti nidi sono costruiti con arbusti secchi e tutto quello che trovano in giro di utile alla loro laboriosa architettura. Di altezza e circonferenza di oltre un metro, sono una vera opera architettonica. Questi rapaci che qui nidificano numerosi, hanno trovato un habitat ideale un po’ su tutte le isole aride situate lungo la rotta migratoria che collega l’Africa all’Europa. Se ne stanno rintanati durante tutto il periodo più cocente del giorno fino a quando il sole comincia a calare dietro i rilievi frastagliati delle colline. Solo allora la temperatura diventa più sopportabile e l’isola comincia ad animarsi di vita e con essa la lotta per la sopravvivenza. Il cielo diventa teatro di spettacolari volteggi: è la caccia ai piccoli migratori come gli esili Usignoli d’Africa o le Sterne che tentano con mirabolanti acrobazie di sfuggire agli artigli degli abilissimi rapaci, mentre al nostro passaggio stridi acuti persistenti, quasi minacciosi, di altri falchi adulti ci fanno intuire la presenza di nidi, ben mimetizzati tra le rocce.
Nella stagione primaverile, al contrario, l'isola diventa luogo di nidificazione per numerose coppie di falchi pescatori che trovano nella laguna facili prede per sfamare i pulcini. Sulla sabbia sono ben visibili le lunghe tracce segnate dalle tartarughe che culminano in profonde buche entro le quali sono state deposte le uova che il caldo del sole farà schiudere per restituire al mare questi splendidi animali. Le piccole tartarughe presto compiranno a ritroso il cammino delle loro madri. Affascinante è osservare nelle notti estive l'arrivo dal mare di questi animali primordiali, che spingendosi a fatica lungo la spiaggia cercano il luogo ideale per deporre le uova.
Poco distanti tre piccole costruzioni di sassi a forma circolare delimitate con un perimetro rettangolare; sono tombe. In una di esse, si racconta, ci sono le spoglie di uno Sheik, un santo musulmano. Accanto al sepolcro dell’eremita un cumulo di ossa di tartaruga ormai calcinate dal sole testimonia i resti del suo monotono desinare. Sparse sul bagnasciuga le testimonianze che il mare offre quotidianamente, bottiglie e scatole di ogni forma e dimensione, caschi di plastica provenienti da chissà quali piattaforme petrolifere; insomma, un po' di tutto. L’isola è coperta da una scarsa e bassa vegetazione, esposta ai venti settentrionali e al sole davvero inesorabile. Il tramonto è uno dei momenti più magici che l’isola concede a chi si lascia rapire dall’incanto di questa terra desolata.
Le sue lamiere, ormai parte integrante del mare, sono perfettamente conservate e appaiono ancora in tutta la loro imponenza quasi volessero continuare a dominare le acque, nonostante i coralli abbiano già cominciato a impadronirsi di parte delle strutture dello scafo. In superficie due malconce scialuppe di salvataggio restano l’unica probabile testimonianza del naufragio. Data la pericolosità per la navigazione delle innumerevoli costruzioni coralline non segnalate, altri relitti di età più o meno recente giacciono sui fondali più vicini. Ci siamo immersi su un’altra imbarcazione più piccola della precedente, un rimorchiatore di 30 metri affondato sul reef di Abugalawa, mentre abbiamo invano cercato un altro scafo, segnalato ai nostri marinai dall’equipaggio di una barca inglese, sul versante Sud di
BARRIERA CORALLINA
L'isola e' completamente circondata da una barriera corallina formata da pilastri madreporici distanziati tra loro sott'acqua dando la sensazione di un paesaggio lunare, ma perfettamente uniti in superficie, creando una barriera impenetrabile lungo tutta la sua circonferenza. L'unica possibilità di raggiungere il vecchio e malandato molo e' grazie ad una piccola apertura del reef posta sul lato nord-est. Lo spazio d’ormeggio all’interno della laguna di nord-est è molto ridotto permettendo l’ormeggio a non più di due barche. La parete esposta a sud est, in corrispondenza con la laguna sabbiosa cade verticale a circa 80 metri. Molto singolare ed interessante è la presenza di enormi formazioni madreporiche, spesso attraversate da profonde spaccature e grotte che danno vita a vere e proprie “cattedrali di corallo”, rese ancora più suggestive dalle particolari situazioni di luce che filtra dalla volta in determinate ore del giorno. Spettacolari coralli dalle forme più fantasiose, sono oltre quattrocento le specie finora catalogate, compongono una scogliera corallina ancora incontaminata, caratterizzata dalla presenza di estese formazioni di rigonfi alcionari di ogni colore, dai tenui colori pastello alle più accese tonalità del rosso. Spugne dalle forme curiose e più disparate, attinie di diverse specie, che ricoprono grandi spazi tanto da sembrare delle vere e proprie cascate, e vasti popolamenti di corallo nero, contribuiscono a formare scenari unici nel loro genere, regalandoci la sensazione di essere immersi in un vero e proprio giardino fiorito. In questo incredibile equilibrio naturale dove tutto sembra macroscopico, osserviamo come ogni più piccolo spazio sia in realtà colmo di vita e dove ogni centimetro di barriera sia un movimento continuo arricchito dalla presenza di ogni tipo di pesce.
Acanturidi, Chetodonti, Labridi, Gaterinidi, Lutianidi, Pomacantidi e molte altre specie, per nulla intimoriti dalla presenza dei subacquei si lasciano tranquillamente avvicinare e fotografare. Squali grigi (Carcharhinus amblyrhinchos) e pinna bianca (Carcharhinus albimarginatus) pattugliano regolarmente le punte estreme e le secche più profonde, insieme a grossi carangidi, bonitos, barracuda e branchi di tonni rossi di enormi dimensioni. Nelle grotte e nei bui anfratti del reef non è raro incontrare squali che dormono adagiati sul fondo (Triaedon obesus). Particolarmente interessante e suggestiva l’immersione su un relitto non lontano dal pontile di Zabargad, adagiato su un fondale di 20/25 metri. Si tratta di una nave da trasporto, lunga circa settanta metri praticamente intatta, con un fianco appoggiato alla barriera.
Zabargad. Un capitolo a parte merita Rocky Island, vera perla di questo itinerario. Si tratta di un piccolo isolotto a circa mezz’ora di barca dall’approdo di Zabargad, in direzione Sud-Est, abitato soltanto da diverse specie di uccelli che si fermano per nidificare, come le chiassosissime sterne, o per riposarsi, prima di riprendere le loro lunghe migrazioni. Di forma ovale, misura circa 100 metri di larghezza per 200 di lunghezza, è morfologicamente anomalo, assomiglia ai reef esterni sudanesi piuttosto che alle barriere del Mar Rosso settentrionale. Sprofonda infatti su ogni versante fino a quote da capogiro: le carte nautiche indicano una batimetrica alla base di oltre 600 metri. È un vero e proprio paradiso subacqueo, dove forme e colori si sommano in un insieme incomparabile. La notevole presenza di ogni tipo di pesce pelagico è motivo di grande emozione, ma sono gli squali martello i veri signori di queste pareti a picco nel blu. Abbiamo avvistato ad ogni immersione questi particolari selaci, a volte anche in gruppi di diversi esemplari e di ragguardevoli dimensioni. Lungo i ripidi pendii di questa piccola isola siamo riusciti ad attirare alcuni squali grigi che dopo alcune esitazioni hanno addentato le nostre esche, permettendoci di effettuare interessanti riprese video. Ricca di fascino e di suggestione è risultata anche l’immersione in un ridosso di Fury Shoal, noto come il grande Dolphin reef.Nel novembre del 1991 questo luogo, per merito del noto fotogiornalista Pierfranco Dilenge, è stato il teatro di uno dei ritrovamenti subacquei più entusiasmanti: ad una profondità di appena sette metri giacevano una trentina di anfore romane del I sec. a.C. saldamente ancorate al fondo marino, intatte e perfettamente conservate. Un rinvenimento strepitoso che testimonia ancora di più l’importanza storica di questo mare nello sviluppo dei traffici commerciali tra l’occidente e l’oriente, da dove provenivano incenso, spezie, stoffe pregiate e pietre preziose. Abbiamo avuto la fortuna di vedere questo spettacolo straordinario qualche mese dopo la sua scoperta e la possibilità di effettuare un attento e preciso rilievo sia dell’intero campo che dei particolari delle anfore che lo costituivano. Considerata la vicinanza della costa, dato l’esiguo numero di anfore sotto i nostri occhi, ci siamo chiesti se si fosse trattato di un vero naufragio di una imbarcazione presumibilmente di piccola stazza, o se piuttosto quello non fosse il risultato del tentativo di alleggerire la barca per uscire da un incaglio. Restiamo tuttora con i nostri interrogativi, anche perché non ci risulta sia mai stata condotta una ricerca approfondita su questa suggestiva area archeologica. Oltre alla tipica fauna che caratterizza le immersioni notturne in questo mare : crinoidi di ogni colore, pesci addormentati nella loro livrea notturna o avvolti da una membrana protettiva di muco, ricci matita (Heterocentrotus Mammillatus) e grandi stelle cesto (Astroba nuda), abbiamo notato una notevole presenza della “ballerina spagnola” (Exabranchus sanguineus) uno splendido nudibranco scarlatto col mantello bordato di bianco, solitamente abbastanza raro, che in queste
incontaminate acque cristalline ha probabilmente trovato un habitat privilegiato. Tra le tante curiosità ci ha particolarmente “stupito” l’incontro notturno con un piccolo serpente marino di colore bianco a pois neri, trovato alla base del reef su un fondale sabbioso di circa 10 metri. Per nulla intimorito dalla nostra presenza né disturbato dalla luce dei fari, ha continuato a nuotare sinuosamente per alcuni minuti per poi infilarsi in una cavità al vertice di un piccolo cratere di sabbia, probabilmente per cibarsi “del padrone di casa”. La sommità del reef è frequentata da mote aragoste, anche di ragguardevoli dimensioni, dal tipico colore scuro che la sera si danno appuntamento nel dedalo di coralli che costituisce inoltre l’ habitat ideale per piccoli crostacei (Stenopus - Rhynchocinetes - Periclimenes) . La “misteriosa isola delle pietre verdi” ed i suoi splendidi dintorni hanno completamente appagato le nostre aspettative ed ogni immersione ci ha regalato piacevoli sorprese ed entusiasmanti emozioni. Zabargad tra mito e leggenda rimane un’isola piena di fascino, lascia ancora spazio alla fantasia e all’avventura sopra e sotto il mare, è un occasione per esplorare luoghi incontaminati di rara bellezza, non ancora raggiunti dal turismo subacqueo di massa
Verso il Sudan

Esiste un Mar Rosso diverso da Sharm El Sheikh, dalla luccicante Na'ama Bay, dove gli alberghi di lusso, i locali alla moda, i negozietti straripanti di souvenir sono pronti a soddisfare ogni desiderio del turista. Esiste un Egitto meno famoso delle Piramidi di Giza, del Museo del Cairo e delle crociere sul Nilo. Esiste un luogo dove i gruppi accompagnati da guide che snocciolano spiegazioni in bilico tra nozionismo e curiosità non sono ancora arrivati in massa. Esiste un posto nella millenaria terra dei faraoni dove il tempo si è fermato: si chiama Berenice. Isolata, remota, intatta, quasi al confine con il Sudan e a pochi chilometri da Shalatin, un mercato dove da sempre le tribù beduine contrattano, vendono e comprano sei giorni alla settimana. I protagonisti di questo rituale, con un'origine che si perde nella notte dei tempi, sono le “navi del deserto”: i cammelli. In barba alla zoologia, secondo la quale sarebbero in realtà dromedari, qui tutti si ostinano a definirli così.
Berenice è attualmente la più meridionale fra le località della costa egiziana raggiunte dal turismo. Doppiato il promontorio di Ras Manas i fondali ancora vergini di questo tratto di Mar Rosso al confine con il Sudan garantiscono immersioni indimenticabili. A cominciare dalla leggendaria isola di Zabargad, evocatrice di sogni e di mistero. Già nel passato Plinio il Vecchio, nella sua “ Naturalis Historia”, narra di un’isola nel Mar Rosso a trecento stadi dal continente di nome Topazos, nota per l’estrazione delle preziose “ pietre verdi”, dapprima confuse con i topazi e in seguito riconosciute come olivine. L’isola originata dal movimento tettonico creatosi fra le zolle continentali asiatiche e africane, per millenni ha ospitato miniere per l’estrazione di questi cristalli che hanno creato cavità ancora oggi LE IMMERSIONI PIU’ BELLE DI BERENICE Ecco le caratteristiche tecniche dei migliori punti di immersione del tratto di Mar Rosso fra Berenice e il confine con il Sudan. Zabargad - profondità 10-40 metri, per esperti Dedalus - profondità 1-40 metri, per esperti Sha’ab Claudio - profondità 10-15 metri, per principianti Rocky Island- profondità 1-40 metri, per esperti Saint John - profondità 1-40 metri, difficoltà media Sha’ab Mahrus - profondità 17-40 metri, difficoltà media Berenice
visibili lungo i versanti dell’isola. Chiusa al turismo per diversi anni, dal maggio del 1998 Zabargad, insieme con le Brothers e Dedalus Reef, è stata inclusa dal governo egiziano in un parco marino e terrestre con la finalità di preservarne la straordinaria bellezza. Uno dei panorami più suggestivi dell’isola si ammira sul versante meridionale, dove un’ampia laguna incorniciata da una spiaggia bianchissima è lambita da un mare dai riflessi color smeraldo. A un miglio da Zabargad è situata la piccola Rocky Island, un’isola calcarea che s’innalza appena dal mare, ma con fondali che cadono ripidi a più di mille metri di profondità per offrire ai subacquei una tra le esperienze più entusiasmanti che si possano vivere in Mar Rosso. Da questo balcone naturale, che si affaccia sul blu profondo si può osservare un continuo passaggio di branchi di pesce pelagico e, soprattutto, di squali che in gran numero si muovono tranquilli e per niente intimoriti dalla presenza dei subacquei. Prima del confine con il Sudan si apre, infine, una vasta zona di coralli, indicata sulle carte nautiche con il nome di Saint John: un esteso banco corallino ricco di reef affioranti che s’innalzano verticali da profondità abissali. Frequentata dai subacquei solamente da pochi anni, quest’area offre fondali ancora totalmente vergini con innumerevoli e indimenticabili possibilità d’immersione, come quella di Sha’ab Mahrus dove la varietà e la quantità di pesce presente lungo tutti i versanti della barriera è indescrivibile. Uno degli incontri più emozionanti che si possono fare da queste parti è quello con un grande Carcharhinus longimanus, un esemplare inconfondibile di squalo Pinna Bianca Oceanico pressoché stanziale in questa zona e che, spinto da una “particolare” curiosità, è solito posizionarsi proprio sotto la chiglia delle barche.

Di Berenice Pancrisia, la città tutta d’oro dei Tolomei, si favoleggiò per secoli, fino a farla entrare nella leggenda e a dubitare della sua reale esistenza. Una leggenda? Sicuramente sì, ma come tutte le leggende forse con un fondo di verità. Unica struttura nella zona, a circa 30 km dalle rovine di Berenice: è il Lahami Bay Beach Resort, un gioiello proposto in esclusiva da Turisanda, tra deserto, sabbia, mare e una bella barriera corallina. Se cercate discoteche e vita mondana non è probabilmente il posto che fa per voi. Il Lahami è immerso nella natura, il silenzio ha la meglio in questo luogo dove è possibile fare lunghe passeggiate senza incontrare nessuno, a parte la popolazione locale e qualche dromedario. è un paradiso per gli amanti del mondo sommerso e del deserto, può a diritto considerarsi una vera oasi di pace e tranquillità, ideale per attività sportive ed affascinanti escursioni alla scoperta dell’inesplorato entroterra. . Da qui si potranno compiere escursioni in fuoristrada presso il sito archeologico di Berenice e a Shalatin, il famoso mercato di cammelli punto di incontro dei beduini che attraversano il deserto occidentale per effettuare i loro scambi commerciali. Il Resort offre chilometri di spiaggia sabbiosa interrotta a tratti da dune naturali con facile accesso al mare, luoghi ideali dove effettuare indimenticabili nuotate per osservare l’incredibile natura sottomarina. Una natura selvaggia ed incontaminata sopra e sott’acqua, spazi infiniti per chi cerca una delle poche località ancora sconosciute al turismo di massa Si cena a lume di candela e per terminare la serata si può sorseggiare the o caffè nell’angolo beduino ricreato sulla spiaggia. Con uno spettacolo in cui le attrici sono le stelle.
Diverse fonti storiche, tra le quali l’autorevole Plinio il Vecchio, ci informano che gli antichi egiziani si procuravano gran parte dell’oro necessario alla loro opulenta civiltà nel Wawat, imprecisata località o regione nel deserto montuoso della Nubia sudanese situata genericamente tra il Nilo e il Mar Rosso. Peraltro la parola Nubia, che da sempre indica l’estrema regione settentrionale del Sudan, nella lingua degli antichi egizi significava oro (nbw). Gli Annali del faraone Thutmosi III, appartenente alla XVIII° dinastia del Nuovo Regno, confermano che in quel tempo (1400 a.C.) dalle miniere di quarzo aurifero del Wawat venivano estratti fino a 776 chilogrammi all’anno del prezioso metallo.
Di Berenice Pancrisia (Deraheib in arabo) , si favoleggiò per secoli, fino a farla entrare nella leggenda e a dubitare della sua reale esistenza, anche perché si diceva che gli afrite, gli spiritelli dispettosi suoi gelosi custodi, l’avrebbero fatta sparire dagli occhi di quanti fossero mai riusciti a vederla. Una leggenda? Sicuramente sì, ma come tutte le leggende forse con un fondo di verità.
Probabilmente il riflesso prodotto da un’intera montagna di cristalli di quarzo riusciva in effetti ad abbagliare chi vi fosse arrivato, impedendone la visuale. Berenice è stata infatti localizzata soltanto nel 1989 da una spedizione italiana guidata dai fratelli varesini e esploratori sahariani Castiglioni, basandosi sulla mappa di un geografo arabo del IX° secolo: si trova nell’alveo del wadi Allaqi, una vallata a 500 chilometri ad est del Nilo poco sotto alla latitudine di Abu Simbel e appena a sud del confine sudanese, popolata da rari pastori nomadi bisharin, gente diffidente e scontrosa che spesso non ha mai incontrato uomini bianchi. Sommarie ricerche hanno dimostrato che si tratta di un vasto insediamento capace di ospitare fino a diecimila abitanti, dominato e difeso da due imponenti roccaforti, con edifici costruiti con blocchi di granito.
Le macine, i muri crollati, gli strumenti, i cocci sembrano essere stati abbandonati appena ieri; invece... Saranno gli scavi archeologici in corso a raccontarci la storia di Berenice, la città mineraria dell’oro dei faraoni.
Negli stessi secoli in cui fioriva la leggendaria Via della Seta (da Pechino a Roma), altre rotte miste, terrestri e marine, erano frequentate da commercianti di spezie ed altre merci esotiche. Una di queste passava per l’Egitto, attraverso il porto romano di Berenice, il cosiddetto deserto orientale, ed il Nilo fino al Mediterraneo.
La notizia comincia ad trapelare solo adesso dai circoli degli addetti ai lavori, ma la scoperta risale all’anno scorso e fu pubblicata sulla rivista specializzata 'Sahara': Willeke Wendrich, assistente di lingue e culture del vicino Oriente alla Ucla (University of California Los Angeles) e Steven Sidebotham, docente di storia all’università del Delaware, hanno ricostruito questa rotta partecipando agli scavi in corso da anni proprio a Berenice, sul mar Rosso, 500 chilometri a nord del confine sudanese. Considerato il porto più attivo della zona in periodo ellenistico e romano, Berenice era stato fondato all’inizio del suo regno (283-246 dopo Cristo) da Tolomeo II Filadelfo, il secondo faraone dell’ultima dinastia faraonica egiziana, che si esaurì con la fascinosa Cleopatra.
Il nome è quello della madre del faraone, una delle regine più influenti del suo tempo. Vissuta prevalentemente tra culti al dio ellenico Serapide e traffici di mercanti, Berenice conserva tutt’oggi tracce di una gran quantità di teak, legno originario dell’ India e mai cresciuto in Egitto, che si immagina siano i resti di navi affondate o bruciate in quel porto, dopo esservi arrivate cariche di spezie. Queste venivano poi trasbordate in sacchi a dorso di cammello, con cui venivano percorsi i 240 chilometri nel 'deserto orientale', da sempre caro ai conquistatori romani - più a nord sono ancora intatte le vestigia di località come Mons Claudianus e Mons. Porphirytis, dove schiavi estraevano granito e porfido per i palazzi di Roma - fino a raggiungere il corso del Nilo.
Da qui, a bordo di piccole imbarcazioni le spezie venivano trasportate risalendo il fiume fino al Mediterraneo. Ad Alessandria antiche galee venivano riempite di quelle preziose e rare merci provenienti dall’ Oriente - si ipotizza anche estremo, come Vietnam e Thailandia - ed inviate verso Roma.
Ma i ricercatori hanno trovato anche tracce di depositi di merci indiane, come il pepe nero, che veniva coltivato solo nell’ India meridionale. ’’Spezie usate in Europa nell’antichità - dice Wandrich - possono essere passate per questo porto’’.
Ultimo segreto appena scoperto di Berenice è che, con grande probabilità, venne usata per ricevere elefanti dall’Africa.
Allenati nelle foreste per combattere gli elefanti indiani dell’esercito dei Seleucidi, questi pachidermi venivano imbarcati li provenendo dalla vicina Adulis.
Anch’essi, come le spezie, attraversavano il deserto orientale egiziano e poi con barche sul Nilo venivano ortati fino ad Alessandria.
Tolomeo IV Filopatore utilizzò 73 di questi elefanti nella guerra contro Antioco. Sfortunatamente però, si ribellarono ai loro conduttori e uccisero molti soldati del loro esercito.
Il porto di Berenice rimase attivo fin verso il 500 d.C., dopo di che, forse anche in seguito ai mutamenti politici e all'invasione araba, venne dimenticato e cadde in disuso. La sua collocazione esatta è infatti rimasta un mistero fino ai primi dell'ottocento e solo nel 1994 si è potuta iniziare una seria prospezione della zona, sia perché prima era in prossimità di una base militare sia perché, in funzione del turismo, il Governo egiziano ha permesso maggiori concessioni. La zona resta comunque molto isolata e gli archeologi che ci lavorano devono affrontare tutta una serie di difficoltà logistiche, che vanno dalla sussistenza alla mancanza di energia elettrica.
Questa zona, di grande richiamo per qualsiasi subacqueo, offre distese di sabbia fine, dove trascorrere le giornate al sole nel più completo relax senza che nessuno vi disturbi, oppure tuffarvi in un mare bellissimo dalle acque cristalline affacciato su una barriera corallina completamente incontaminata. Ma una vacanza in quest’area non vuol dire solo mare e sole: qui è facilissimo venire a contatto con la cultura beduina, nonché effettuare escursioni verso l’entroterra misterioso ed affascinante, caratterizzato da sporadici “bush” che occupano antichi wadi e tratti di presavana africana. Nell’area è presente un’unica struttura alberghiera
LAHAMI BAY BEACH RESORT- BERENICE